Allegoria della Giustizia, Louis-Simon Tiersonnier, Collezione privata - 1762
news convegni eventi pari opportunita' donne avvocato foto convegni pari opportunita' donne avvocato siti interesse pari opportunita' avvocati donna comunicare pari opportunita' avvocato donna iscrizione associazione donne avvocato Pubblicazioni pari opportunita' Convegni pari opportunita' - deontologia avvocati - crediti formativi ECM I soci dell'Associazione ed il Direttivo Soci fondatori - altri soci - associazione donne avvocato home VEGA
 
Il giorno 8 marzo 2010, presso lo studio del Dottor Maria Maddalena Buoninconti, Notaio in Verona, nasce VE.G.A. - Veronesi Giuriste Associate.

L'associazione, costituita da un gruppo di avvocate, si propone di promuovere, attraverso l'organizzazione di iniziative culturali-giuridiche e di servizi, l'attuazione delle pari opportunità nell'esercizio della professione forense, come indicato nello statuto.
In particolare scopo di VE.G.A è la realizzazione della conciliazione fra i tempi della professione e le esigenze della vita familiare e personale, la promozione ed il sostegno alle giovani colleghe nel raggiungimento della piena autonomia professionale.
Infatti anche nella professione legale le donne incontrano maggiori difficoltà dei loro colleghi maschi: abbandonano più facilmente la professione e guadagnano decisamente meno degli uomini.
Obiettivo fondamentale che si propone l'associazione è inoltre il superamento del difetto di rappresentanza che ancora oggi scontano gli avvocati donna negli organismi di governo della professione (Consigli dell'Ordine, Consiglio Nazionale Forense). Secondo i dati forniti dalla Cassa di Previdenza Forense su 143.386 avvocati iscritti al 31.12.2008, 57.159 sono donne. Ma in base ad un monitoraggio effettuato dalla Commissione Pari Opportunità del Cnf sulla presenza femminile negli albi dei 165 ordini forensi solo 7 donne rivestono la carica di Presidente del Consiglio dell'Ordine.

I nostri progetti concreti:
  • stabilire un collegamento con altre associazioni di giuriste in Italia e in Europa attraverso la gestione del sito Internet;
  • creare una raccolta di leggi e norme che tutelano la donna, con particolare riferimento al mondo del lavoro in Italia e in Europa;
  • instaurare rapporti con le altre componenti femminili del mondo giudiziario, ad esempio magistrate, per affrontare insieme le varie problematiche di pari opportunità che toccano in egual misura tali componenti e per trovare insieme delle soluzioni;
  • porre il problema delle quote negli organismi istituzionali e/o comunque aprire un serio dibattito su tale punto;
  • promuovere iniziative per la tutela delle donne.
Perché c'è ancora bisogno di tutto questo?

…… UN PO' DI STORIA.

Possiamo affermare che la cd discriminazione orizzontale sembra ormai superata: ricordiamo che l'accesso alla professione fu consentito nel 1919 con la legge n. 1776 del 17. 07.1919 e dopo lunghi dibattiti e discussioni parlamentari.
Nel 1917 alla Camera un progetto sulla revisione di alcuni aspetti del diritto privato prevedeva ad es. l'abolizione all'autorizzazione materiale ma non delle "incapacità" femminili nell'esercizio delle professioni e degli impieghi pubblici, e ciò era fondato sul principio dell'inferiorità civile della donna sancito nel codice.
E l'apertura concessa alle donne (2 anni dopo) di accedere alla professione di avvocato e procuratore legale maturò in quegli anni perché ormai "era un dovere sociale, un vero atto di gratitudine alla donna" che stava dimostrando "serietà di propositi e patriottismo superiori ad ogni elogio" durante la prima guerra mondiale (!). (Discussioni al Senato 12.12.1916).
Fu respinto, però, ogni timido tentativo di riconoscere alle donne il diritto di voto, concesso solo nel 1948, così come fu respinto un emendamento favorevole all'ammissione delle donne anche alla magistratura, raggiunto nel 1963.
L'art. 7 L. 1776/1919, dunque, ammise le donne all'esercizio di tutte le professioni e di tutti gli impieghi pubblici, ma con molte eccezioni "se non siano ammesse espressamente dalla legge", quelle cioè che implicavano poteri pubblici, giurisdizionali o l'esercizio di diritti e di potestà politiche o attinenti la difesa dello stato (fatta la legge, subito venivano inserite eccezioni).

Il regolamento, poi, approvato il 4.1.1920 specificava che le donne potevano con "disposizioni regolamentari" venire escluse da quei pubblici uffici per i quali erano giuridicamente capaci ma non idonee "in relazione alle esigenze dei servizi" e per "specifiche ragioni" ovvero quei servizi a cui era connessa la dignità di ufficiale dello stato o che avevano carattere politico (prefetto o ministro) ovvero di consigliere di Stato e della Corte dei Conti, nella carriera giudiziaria, nell'amministrazione civile dell'interno.

Le donne, ovviamente, potevano accedere a tutti i ruoli del personale subalterno e d'ordine, ma non a quelli di concetto.

Da allora sappiamo che la strada è stata lunga, anzi lunghissima, le avvocate nelle aule giudiziarie hanno fatto fatica ad imporsi: erano sempre "signore" e non avvocato; poche sceglievano la professione, pur laureandosi in giurisprudenza, di solito erano figlie di avvocati.
Nel periodo fascista le donne continuavano a scegliere in maggioranza facoltà che davano accesso all'insegnamento (anche se alcuni insegnamenti erano vietati: filosofia, storia, italiano, latino, greco) o un impiego statale.

Per le notaie, pur essendo libero l'accesso fin dal 1919, la prima donna si presentò al concorso solo nel 1927.

Per sentirsi all'altezza degli uomini le donne tendevano a negare, comprimere, nascondere, la propria femminilità e per dare l'immagine di una presenza attiva e costante sul campo "nessuno si doveva accorgere che era una donna": così racconta la collega Laura Hoesch di Milano.

Possiamo ragionevolmente affermare che la lunga marcia per l'accesso delle donne alle professioni giuridiche (dal 1919 al 1963) ha seguito, di pari passo, la conquista dei diritti delle donne riguardo ai più elementari principi di eguaglianza e parità di tutti i cittadini, anche con riguardo ad altre componenti più deboli del sistema: donne, minori e, oggi, immigrati; dove si abbattono le barriere che impediscono alle donne l'accesso al lavoro e la piena parità, migliorano anche le tutele dei diritti in genere.

Ma se, da un lato, nessuno più ci impedisce giuridicamente di fare l'avvocato o la magistrata o la notaia, (le avvocate sono la metà degli iscritti), sul piano qualitativo e quantitativo la parità è ben lungi dall'essere raggiunta.

La ricerca effettuata a Verona nell'ambito delle avvocate nel 2006 ha, infatti, evidenziato:
  • che le donne non incontrano difficoltà nell'accesso alla professione e nel superamento dell'esame di avvocato;
  • la maggior parte però del campione non ha figli, quindi il lavoro comporta la rinuncia alla maternità e alla famiglia;
  • invece per chi ha già figli: pur nella difficoltà di conciliare vita lavorativa e familiare, i figli non determinano interruzioni significative nella continuità dell'esercizio professionale, ma incidono sia quantitativamente, che qualitativamente, sull'attività lavorativa, con una evidente compressione del tempo dedicato al lavoro;
  • la donna svolge l'attività di avvocato per scelta e ne è gratificata;
  • la donna svolge la sua attività lavorativa prevalentemente in posizione "subordinata" e con compenso fisso;
  • gli incarichi giudiziali o provenienti da enti pubblici e istituzionali sono quasi ad esclusivo appannaggio degli avvocati uomini mentre, ad esempio, per le amministrazioni di sostegno vi è prevalenza femminile;
  • le donne avvocato trattano, principalmente, materie "tradizionali" e poco redditizie, principalmente il civile;
  • il reddito delle donne, che è evidentemente collegato alle materie trattate e al tipo di clientela (non istituzionale, non società, non banche), è sensibilmente più basso di quello prodotto dai colleghi uomini.
A ciò si aggiunga che la discriminazione verticale - intesa come "carriera" (la nostra non è una professione con progressioni formali di grado di carriera) - nelle istituzioni è elevatissima, cioè la rappresentanza nelle cariche delle istituzioni, negli organi forensi e nelle stesse associazioni forensi è molto bassa e non rispecchia la percentuale delle iscritte, pur svolgendo di fatto un ampio lavoro di "manovalanza" anche nelle associazioni.

La resistenza della componente maschile a cedere i posti è elevatissima e non si basa certo sul merito (tutte le ricerche dicono che le donne sono più preparate, più studiose, più concrete) ma è data da ostacoli sia oggettivi (tempi, orari, famiglia) che soggettivi (poca autostima, rinuncia alla competizione, ecc.).

La nostra associazione, cui sono invitati a partecipare anche i colleghi che con noi condividono il progetto, intende operare per rimuovere tutti gli ostacoli, materiali e culturali, che ancora impediscono una piena parità, perché "la società avanza dove la donna conta".

Certo non vorremmo attendere altri 100 anni !